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Progettare la Internet degli Oggetti senza pensare alle persone. L’errore più grosso per un IoT Designer

È dai tempi del magnifico Essere Digitali di Nicholas Negroponte che girano delle storie sul futuro del frigorifero. La visione del frigo che – se sta terminando il latte ti avvisa quando tu passi dinanzi allo store – è quasi un classico della letteratura IoT.

Non una grande storia a dire il vero, ma certamente è utile menzionarla. Il futuro dell’IoT sta attendendo la nostra attenzione già dal 1995.

Persino un frigorifero connesso, apparentemente banale, ha diversi modi per rendersi utile agli umani. Un frigo potrebbe persino imparare a condividere con altri frigoriferi la sua strategia per fornire le temperature richieste, adattandosi alle temperature dell’ambiente circostante e limitando i consumi energetici. Oppure, modulare i suoi consumi, in armonia con il condizionatore e altri equipment di casa, a seconda delle indicazioni date dal proprietario o richieste dinamicamente dal gestore energetico.

Nel posto in cui trascorro le vacanze in estate, la concomitanza del mercato rionale del lunedì sera (che dura oltre la mezzanotte), con condizione di umidità e temperature che spingono all’uso dei condizionatori d’aria, genera dei frequenti black-out. Certo, si può immaginare che in futuro si abbia a disposizione più potenza, magari sommando la micro-generazione di energia alternativa dei singoli proprietari con quella fornita dalla locale centrale elettrica. Eppure, per reggere il carico, potrebbe bastare anche solo che, in modo autonomo, i vari equipment si organizzassero per distribuire il consumo in modo intelligente.

La Internet degli Oggetti rappresenta la naturale evoluzione di Internet e include quanto già esiste in Rete. La Internet degli Oggetti ha estensione globale e comprende nella sua popolazione non soltanto le persone con i loro computer o telefoni, ma anche oggetti, industriali e di uso quotidiano come: braccialetti per il fitness, bilance pesapersone, telecamere e sistemi di sicurezza casalinghi, termostati intelligenti, apparecchi per la misurazione della pressione sanguigna, robot tagliaerba, elettrodomestici, sensori presenti nelle auto ecc. Tutti questi oggetti, memorizzando e condividendo i dati, consentono di avere una visione sia personale sia aggregata di molteplici aspetti della vita umana.

Parlare di Internet of Things senza parlare di persone è un pericoloso errore che vi auguro di non commettere mai. Parlare di Internet of Things senza soffermarsi sui servizi, può sembrare un errore concettualmente meno grave, ma è di certo ciò che potrebbe compromettere la sostenibilità economica di qualsiasi cosa si stia progettando.

L’IoT designer non è una professione i cui confini sono già noti e fissati. L’IoT stessa ha confini dinamici e in continua espansione. Per diventare IoT designer oggi non possiamo che partire dalle esperienze fatte sul campo, dai progetti che stanno costruendo l’IoT stessa. Ecco dunque che alcune storie finiscono per avere una rilevanza fondamentale, e qui voglio raccontarvi quella di MEG (Micro Experimental Growing).

Progettata dallo studio D’Alesio&Santoro insieme a Design Group Italia, MEG è una serra indoor completamente open source e open hardware basata su tecnologia Arduino. Il cuore di MEG è un Light Engine, un motore di illuminazione, capace di produrre esattamente il tipo di radiazione luminosa necessario per far crescere al meglio una specifica pianta. Sì, ogni pianta reagisce meglio a una “luce” specifica. Si tratta di una diretta conseguenza della provenienza geografica della specie a cui la pianta appartiene come anche al suo accesso diretto o indiretto alla luce del sole.

La cima di un albero, o una pianta del sottobosco, ricevono infatti la luce in modo diverso. Basta confrontare il colore delle foglie di piante diverse per rendersi conto che sono di un “verde” differente, ovvero: ogni pianta riflette una certa parte dello spettro luminoso, mentre incamera una particolare frequenza luminosa.
Se ogni pianta cresce meglio se irradiata con una certa “luce”, allora è possibile creare una “ricetta di crescita” speciale per ogni pianta. Nel caso di MEG, questa ricetta tiene conto anche di parametri di umidità e fornisce acqua vaporizzata al bisogno.

MEG ha digitalizzato il processo di crescita di una pianta, trasformandolo in un “codice” riproducibile ovunque sul pianeta. Il Light Engine di MEG non soltanto può ottimizzare la radiazione luminosa per una certa pianta, ma riproduce di fatto delle specifiche condizioni “meteo”. Motivo per cui, a patto di avere delle sementi e un pugno di terra originali di una specifica area geografica, si potrebbe riprodurre la crescita del migliore prodotto DOC possibile. Indoor. Ovunque. In totale assenza di luce naturale. In una grotta o nello spazio profondo.


MEG è un oggetto connesso basato su protocolli e hardware aperto
. Si gestisce da remoto attraverso una interfaccia Web. Le ricette di crescita sono condivise tra i possessori di MEG su uno speciale social network. La conoscenza per costruire una MEG o produrre pomodori nello spazio è resa disponibile a chiunque. È vero, si tratta di un progetto di ricerca, ma quello che ci piace sottolineare è il sistema di valori a cui MEG appartiene. Ogni volta che porta un nuovo oggetto connesso nel mondo, un IoT Designer dovrebbe chiedersi a quale sistema di valori fa riferimento e che tipo di futuro sta contribuendo a costruire. La lettura del mio libro potrebbe essere un aiuto in tal senso.

Leandro Agrò
L'Autore
Leandro Agrò. Autore di #IoTdesigner. Progettare oggetti e servizi relazionali. Design Executive con vent'anni di esperienza in Interaction Design e User Experience, è un "pioniere" dell'IoT, speaker in conferenze e autore di libri. Co-fondatore di Frontiers Conference e Talent Garden Milano, vive in Silicon Valley ma è cresciuto professionalmente a Milano, dove - con Design Group Italia - ha lavorato per importanti clienti e per diverse startup. http://www.leeander.com - Twitter: @leeander