default-logo

Webinar Community Manager: a domanda rispondiamo!

Nell’ultima parte del nostro webinar dedicato alla professione di Community manager, i partecipanti ci hanno posto alcune, interessanti domande. Le condividiamo volentieri anche con coloro che non hanno potuto essere presenti, insieme alle nostre risposte.

Anastasia: Perché non avete inserito Instagram tra gli strumenti che avete citato per la gestione delle Community?
Osvaldo: Nel libro abbiamo citato strumenti e canali che possano essere utilizzati trasversalmente da qualsiasi utente e in qualsiasi settore. Slack e Trello sono due piattaforme di collaborazione e gestione dei progetti, che nascono in campo informatico e che oggi sono largamente diffuse nelle organizzazioni più agili. Mentre per l’area social abbiamo citato Facebook, Linkedin e Twitter, ognuno di questi con una funzione specifica. Infine, Eventbrite per l’organizzazione di eventi e meeting.
Instagram, per quanto sia il social più diffuso, ha un DNA fotografico che si presta molto bene per settori quali il food, il design e altri molto specifici, ma non sarebbe di grande aiuto, ad esempio, per Community manageriali, di ingegneri, scientifiche o tecniche.

Amanda: Da questo webinar abbiamo capito che la Community è di tutti. Ma la guida è meglio se affidata a uno/a solo/a?
Giovanni: I Community manager decidono il programma. Se i membri non condividono questo obiettivo, non possono essere membri della Community. Quanto più chiaro è l’obiettivo, tanto più chiaramente le persone sanno di farne parte e seguiranno colui che ha pensato e messo in atto questa idea. Chi guida ha il coraggio delle proprie azioni e mette l’iniziativa e tutto il cuore in quello in cui crede…

Giuseppe: Potreste indicarci qualche tecnica per “ravvivare” una Community già esistente, ma spenta?
Giovanni: Alcune volte, con il passare del tempo, la missione iniziale della Community inizia ad affievolirsi. Il Community manager potrebbe avere altri obiettivi e mettere in secondo piano la crescita della Community. 
La soluzione è già presente e la si può estrapolare ascoltando le persone più attive nella Community. Di solito necessita di un incontro dal vivo, dove si mettono le carte in tavola e si decide il nuovo corso. 
Pensa al mantenimento della tribù come alla cura di un fuoco. Se accumuli la legna in modo troppo stretto, non ci sarà abbastanza ossigeno. Se si usa poca legna, il fuoco non brucerà bene. Curare il fuoco significa: 
– Bilanciare gli elementi (leadership energici, creativi e stimolanti)
– Curarsi del fuoco in modo frequente (indagare all’interno dei gruppi e ascoltare quelli che sono i loro pensieri)
– Un caldo letto di carboni (le idee, la sinergia, e la visione che infiamma gli animi di tutti)

Giuseppe: E nel caso invece della creazione di una nuova Community, quali sono i primi passi?
Osvaldo: Partiamo sempre dal presupposto, come ci siamo detti, che una Community deve avere un senso e obiettivi ben condivisi con i suoi partecipanti. Detto questo, nel libro troverete una lista di azioni e di “prescrizioni” per far decollare una Community. Fra questi c’è la regola base del “dono”: se si pensa di aderire ad una Community con l’unico scopo di fare business senza prima aver offerto una parte di competenze, disponibilità a mettersi in gioco e condivisione di competenze, stiamo fallendo dal principio. “Prima si dà, poi si riceve” è la regola base. Per lo stesso motivo, se si cercano contatti solo quando si è in difficoltà e non si è mai lavorato prima su personal branding, reputazione e credibilità, sarà difficile ottenere risultati veloci, in ritardo coi tempi.

Francesco: Una Community può diventare una fonte di business continuo o è meglio lasciare il business al di fuori?
Osvaldo: Indubbiamente dietro ogni Community c’è – anche solo in minima parte – un’idea di business. L’importante è che non sia l’unico driver che dia il senso alle nostre azioni. Anche il solo fatto di mettersi in evidenza, essere disponibili a offrire competenze, prestarsi a interventi, in una logica di personal branding aiuterà queste persone a essere riconosciute come “esperte” di determinati settori e quindi, anche solo di sponda, questo attrarrà del business verso di loro. Creare una Community “per fare business” a nostro avviso è fallimentare. Anche “il Mulino che Vorrei” o la Community degli appassionati di Abarth (gli Skorpions), o “il Camperista” nascono da un’idea di business, ma lo fanno offrendo servizi e valore aggiunto ai propri utenti/clienti.

Isabella: Ma, in concreto, può la Community essere utile in campo culturale?
Osvaldo: Sarebbe bellissimo che si creassero Community di appassionati di Musei, Musica e Arti. Ancor meglio, considerando come questo Paese e le nuove generazioni stanno maltrattando le scienze umanistiche (ma se ne pentiranno presto!), se fossero proprio le istituzioni e gli artisti a generare Community.

Stefano: Considerato l’impegno richiesto, anche empatico, quante Community può ragionevolmente pensare di gestire un Community Manager?
Giovanni: Guidare più di una Community è possibile, ma bisogna stare attenti alle leggi di diminuzione di guadagno. Sforzi concentrati portano sempre migliori risultati. Meglio guidare una Community di 100 devoti che sono così ispirati da accollarsi con entusiasmo difficili sfide, che due tribù di 50 persone che scappano alla prima difficoltà. La “F” di focalizzazione che abbiamo messo nella formula del Community manager indica proprio la capacità di focalizzarsi su un’unica missione per ottenere il massimo risultato. 

Luca: Come far emergere la propria Community fra tante che trattano un certo argomento?
Giovanni: I contenuti, soprattutto quelli accattivanti e virali, faranno da traino per “catturare” quante più persone nella propria Community. Uno dei metodi che funziona di più è quello di raccontare storie. Un Community manager può comunicare un concetto fondamentale al proprio pubblico utilizzando una storia. È indispensabile che la storia sia personale e soprattutto autentica. Se la storia non racconta in qualche modo una verità fondamentale, allora non ha più valore. Più la missione è sentita, forte e prende le distanze dalla media, più aumenta la possibilità di catturare persone per la vostra Community.

Katia: Ciao! Un evento per essere efficace quante persone dovrebbe coinvolgere? Nel senso… sui social si hanno anche 5000 fans … ma poi sul fisico le presenze si riducono… Grazie!
Osvaldo: È la dura legge dei social! Un click non costa nulla, impegnarsi è ben altra cosa. Considerando quanto siano esponenzialmente aumentati gli eventi in ogni città e quante occasioni di networking esistano, avere 50 partecipanti ad un evento di Community, ben selezionati, attivi e affezionati è un grande risultato. Non è detto che dove si trovino centinaia di persone ci sia qualità. Più che sulla quantità, punterei sui contenuti, sulla partecipazione attiva e sul livello di membership riconosciuta. Avere degli ambasciatori convinti del proprio brand scatena una forza propulsiva impressionante. Ben diverso da quei posti dove “bisogna andare perchè ci sono tutti”, e poi, appunto, ci sono proprio tutti!

Gianluigi: Che peso hanno attività online e offline nella gestione delle Community?
Giovanni: Non si può pretendere di coltivare una Community senza vedersi dal vivo con i partecipanti. La connessione in eventi dove la propria passione viene portata dal vivo non ha prezzo. Una tavola rotonda, una cena, un mostra, una fiera possono tutti essere dei buoni motivi per decidere di lasciare la tastiera e poter stringere le mani.
La cosa più bella è che persone totalmente sconosciute, che avevano iniziato una conversazione online, durante l’evento continueranno la loro conversazione senza soluzione di continuità.

Cecilia: Siete favorevoli o contrari alla selezione dei partecipanti alla Community all’ingresso?
Osvaldo e Giovanni: Dipende dai tipi di Community: in una social street non puoi fare selezione. Devono partecipare indiscriminatamente tutti gli abitanti di quel quartiere. Di certo, si escludono tutti coloro che invece a quel quartiere non appartengono (che senso ha che stiano lì, se l’obiettivo della social street è comunicare con i suoi abitanti?)
Per quanto riguarda invece Community come FiordiRisorse e Artigiani Tecnologici, crediamo fermamente che la conversazione debba essere portata su piani e livelli di qualità. Pertanto sono ”invitati all’uscita” tutti coloro che, per competenze, non hanno senso di stare in quei contesti.

Aldo: Differenze culturali e di età, come gestirle?
Osvaldo e Giovanni: Non facciamo nelle Community gli errori che si fanno in azienda (salvo poi darsi una bella lavata di coscienza con qualche convegno su Diversity e Inclusione…). Le Community sono spazi aperti alle idee e alla contaminazione. Escludere provenienze, differenze culturali, di genere o anagrafiche significa perdere competenze, perdere esperienze, perdere l’occasione di conoscere. Allora, tanto vale guardare qualche bella telenovela!

 

Osvaldo Danzi e Giovanni Re
L'Autore
Osvaldo Danzi e Giovanni Re, autori del libro Community Manager. Dietro le reti ci sono le persone. Osvaldo Danzi, recruiter e fondatore della Business Community FiordiRisorse, è giornalista ed editore di SenzaFiltro, testata specializzata sui temi del lavoro. Giovanni Re, lo "sciamano” della community degli Artigiani Tecnologici, si occupa di ricerca, formazione e divulgazione culturale nell’ambito della visual communication e dell’artigianato digitale.