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Remote working: come mettere in atto il cambiamento

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Uno dei temi chiave in #DigitalEntrepreneur. Principi, pratiche e competenze per creare la propria startup è quello dell’importanza del team e della sua gestione.
In particolare, analizzando i modelli organizzativi delle startup, uno degli elementi che emergono con forza è la rilevanza del remote working, cioè la possibilità di lavorare ad un progetto comune ciascuno dal luogo in cui si trova.

La startup che ho cofondato, TOK.tv, è un’azienda liquida, secondo la definizione del nostro CEO Fabrizio Capobianco.
Abbiamo un headquarter in Silicon Valley ma il resto del team lavora da remoto; ci incontriamo tutti insieme una volta a trimestre e non per svolgere il lavoro ordinario ma per fare il punto su quanto realizzato fino a quel momento e quindi programmare i mesi successivi.

Siamo ormai in 16, su 4 fusi orari e tre continenti, Slack è il nostro ufficio virtuale.
Non sono poche le aziende già interamente organizzate secondo questo modello: pensiamo ad esempio ad Automattic (la società che ha creato WordPress), GitHub, Zapier, Trello solo per citarne alcuni.

I vantaggi del remote working sono ben noti, sia per le aziende che per i lavoratori:

  • accesso al talento su scala transnazionale
  • aumento della qualità della vita
  • miglioramento delle prestazioni e del rapporto vita/lavoro
  • ottimizzazione dei costi

D’altra parte sono note anche le (fallaci) argomentazioni di resistenza al remote working, in primis mancata comunicazione nel gruppo e controllo del lavoratore. Quindi, se per lungo tempo la questione è stata liquidata come sostanzialmente ingestibile per aziende grandi e organizzate secondo un approccio tradizionale, l’onda lunga dello smart working ha pian piano investito i diversi settori sotto vari aspetti, inclusa la possibilità di aprirsi al remote working.

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Si tratta solo di una moda?

Decisamente no, anzi, potrebbe essere uno dei trend più interessanti del 2017 per la sua vasta portata.

Se per le startup rappresenta una scelta fondamentale per essere competitivi e avere accesso ad un’ampia base di talenti, comincia a diventare un tema rilevante anche per le aziende tradizionali, fino ad oggi basate su logiche di badge, tornelli e presenze fisiche.

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Lavoro: dal modello tradizionale al remote working

Ci sono almeno tre elementi di cui tenere conto nel passaggio dall’uno all’altro:

  • Non tutti i settori di un’azienda sono adatti al lavoro da remoto: ci sono operazioni e ambiti che richiedono una presenza fisica operativa imprescindibile, ma questo non significa che non si possano gestire da remoto tutte quelle attività che invece non richiedono presenza in loco (customer care in primis ma anche gran parte delle attività amministrative).
  • La transizione al remote working è prima di tutto una transizione nel modo di concepire il lavoro: bisogna smettere di ragionare sulla presenza e cominciare invece a ragionare sugli obiettivi e ciò richiede uno sforzo notevole, sia in termini di traduzione e scomposizione di un progetto e dei suoi aspetti in obiettivi (e quindi anche di adozione di metodologie adatte a gestirli), sia in termini di fiducia in chi lavora, dal momento che uno dei vantaggi del remote working è la flessibilità. Già nel 2014 Richard Branson, fondatore dell’impero Virgin, sosteneva con forza l’esigenza di abolire l’orario di lavoro passando ad un approccio per obiettivi.
  • Bisogna educare il management: è forse l’aspetto più complesso da gestire, dal momento che parte del “potere” soprattutto del middle management deriva proprio dalla possibilità di gestire, controllare e coordinare i propri team. Eppure proprio da questa categoria dovrebbe arrivare la spinta al mutamento, dovrebbero essere i primi ad adottare nuove metodologie, impostare obiettivi quindi guidare i team nell’esecuzione.

D’altra parte, se la fiducia nei lavoratori è la moneta corrente che fa girare il remote working, l’adattamento ad un nuovo approccio da parte dei lavoratori più anziani e in generale la più ampia transizione di tutta un’azienda ad un modello di questo tipo, richiedono tempo e gradualità.
Una buona pratica – e in Italia c’è già chi lo fa, ad esempio Microsoft e Barilla – potrebbe essere quella di avviare dei progetti pilota di remote working in aree specifiche e per un numero limitato di giorni al mese. Ciò consentirebbe di osservare, ad esempio:

  • Quali difficoltà emergono
  • Chi ne è coinvolto (ruoli, età, sesso)
  • Come cambiano i risultati raggiunti sul lavoro

Se il lavoro da remoto è l’obiettivo, il raggiungimento di quest’ultimo è infatti un processo che può cambiare da azienda ad azienda nel rispetto dei suoi valori, della sua storia e delle caratteristiche dei suoi lavoratori. In altre parole, ciascuna deve trovare la sua via e la gradualità di un processo del genere – che potremmo considerare una sorta di test di fattibilità – potrebbe certamente mostrare la strada migliore per realizzarlo, mentre contribuirebbe alla definizione delle regole necessarie per mantenerlo.

Oggi il passaggio ad “azienda liquida” diventa anche un fattore di competitività e, alla lunga, di sopravvivenza. Assisteremo nei prossimi anni ad una crescente riorganizzazione del mondo del lavoro destinata a premiar le aziende che avranno mostrato di sapersi meglio adattare.

Il 2017, in tal senso, potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta.

 

Emanuela Zaccone
L'Autore
Emanuela Zaccone. Autrice di #DigitalEntrepreneur. Principi, pratiche e competenze per la propria startup. Co-founder e Marketing Manager di TOK.tv, il social network per gli appassionati di sport con quartier generale in Silicon Valley. Ha un’esperienza decennale in ambito social media strategy e analysis, oltre che imprenditoriale e di mentorship per diverse startup. Nel 2011 ha conseguito un dottorato di ricerca tra Bologna e Nottingham con una tesi dedicata al social media marketing e al second screen. Docente per aziende e università, scrive di tecnologia, social media e social TV per Digitalic, Wired e Nòva - Il Sole 24 Ore. Twitter: @zatomas