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Il caso James Gunn e Disney ci insegna che ciò che raccontiamo online resta. Per sempre.

Se vi dicessero che per dei tweet pubblicati 10 anni fa rischiate il posto di lavoro, voi come reagireste? Magari vi fareste una grassa risata, vero? È quello che probabilmente avrebbe fatto anche James Gunn, regista de I Guardiani della Galassia e produttore di Avengers, Infinity War, se qualche giorno fa non fosse stato licenziato dalla Disney proprio a causa di alcuni tweet risalenti ad agosto del 2009.

I tweet incriminati


 
I contenuti ripresi da Daily Caller riportavano affermazioni sessiste e ironie sull’Olocausto, da cui lo stesso James Gunn si è sentito di prendere le distanze, spiegando come la ragione della loro pubblicazione fosse riconducibile a una non meglio precisata volontà di apparire provocatorio e probabilmente – aggiungiamo noi – sviluppare così una relazione con gli altri utenti del social network.

 
Talvolta le conseguenze di affermazioni troppo pungenti condivise sui social non ci saltano subito agli occhi: al contrario, talvolta tendiamo ad esaltarle, sospinti da una sensazione di appagamento che ci è restituita dall’apprezzamento generato dalle interazioni.

È noto infatti che a ogni interazione positiva ricevuta online (è dal 2014 che se ne parla) viene rilasciata nel nostro corpo dopamina, sostanza che contribuisce a generare dipendenza: ci piace piacere, si potrebbe dire in altri termini, e poco importa se questo comporta anche il liberare a volte il nostro lato peggiore (come si sta osservando in queste ore sui social, a proposito della malattia che ha colpito l’ex AD di FCA Sergio Marchionne).

Il problema è la scarsa percezione di una dimensione che non riusciamo a concepire come duratura, intangibile e fuori dal nostro controllo. Partiamo da un esempio concreto, rappresentato da questo thread di Facebook.

In quanti augurerebbero dal vivo la morte a uno sconosciuto, senza timore di incorrere in sanzioni?


 
Chi scrive ha omesso i nomi di chi ha pubblicato i contenuti sopra riportati (nel rispetto della privacy), dove si usano espressioni – si fa riferimento in particolare al primo commento – che si fatica a considerare accettabili.

Come si può dedurre dalle impostazioni del profilo che l’ha pubblicato, però, il contenuto sopra esposto è facilmente reperibile online, lo screenshot è ormai stato fatto (quindi è facilmente trasmissibile, indipendentemente dalla volontà dell’autore) e, soprattutto, eventuali conseguenze sono fuori dal controllo dell’autore.

Il web è il luogo dove – ed è bene entrare in quest’ordine di idee, il prima possibile – l’uomo ha cominciato a estendere la propria presenza, costruendo un’aura attorno alla propria esistenza di fatti, affermazioni, contenuti che non sempre riesce a controllare. Per la prima volta nella storia, la condivisione di esperienze è stata resa possibile per tutti, a tutti i livelli, orizzontalizzando un processo di diffusione che nell’era degli old media era decisamente complesso e verticale.

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Tre accortezze per costruire racconti efficaci (e sicuri)

Oggi siamo in grado di costruire una narrazione personale condivisa, dove potenzialmente tutto il nostro mondo è estendibile a un pubblico fatto da miliardi di persone. Per questo è necessario adottare una logica diversa, che presuppone di tener conto di alcune, semplici regole:

1. Mai fermarsi al valore della soddisfazione personale: posso ricercare la battuta ad effetto, ma ciò che dico online può essere trasmesso a una velocità impressionante (a differenza di quanto possa fare durante una cena con amici), senza che io me ne renda conto. Per questo entrare in una conversazione è intanto un gesto di responsabilità, dove il mio apporto deve essere in primis costruttivo.

2. Il mio mondo a volte non è solo mio: rivestiamo ruoli diversi a seconda dei momenti che viviamo, sostenevano Bernard Cova, Alex Giordano e Mirko Pallera in Marketing Non Convenzionale, e il più delle volte questi si intrecciano con altre persone. I figli, ad esempio: quanto un bambino di 1 anno potrà essere conscio e consapevole del fatto che sto condividendo la sua foto online? E quanto avrò il controllo su quella foto? Lasciarsi muovere dalla necessità di espandere la mia dimensione esperienziale, in nome magari del piacere passeggero di un like, rischia di avere più controindicazioni che altro (anche per gli altri).

3. Prima o poi il mio datore di lavoro potrebbe arrivare al “me” che ero prima: in ultimo, tutto ciò che dico online, anche i contenuti “flusso” (quelli che possono essere inghiottiti nel flow di una timeline) rimangono. Se non voglio ritrovarmi a dover giustificare la battuta provocatoria e non politicamente corretta di 8 anni prima, è meglio cominciare a considerare che quella battuta ha un valore che non si misurerà solo in like. Il web non dimentica, ma non nella forma che pensiamo noi: è un grande archivio e lì, lo stiamo capendo solo in questi anni, la nostra storia non cambia. Rimane la stessa.

La vocazione del raccontarsi

Siamo chiamati a raccontarci, d’altronde è la nostra vocazione. Farlo però significa prendere coscienza che sviluppare e condividere narrazioni è un onere, oltre che un onore: come in ogni storia che si rispetti c’è un carattere di verosimiglianza (il valore che ci permette di considerare credibile, all’interno del Mithos, ciò che capita. Un po’ come in Game of Thrones è credibile che ci siano i draghi), così in ogni narrazione personale deve emergere il carattere di responsabilità che alberga in ognuno di noi.

Se non espresso, il rischio è che quella latenza emerga con tutto il suo fastidioso seguito di conseguenze… che, a volte, diventano tangibili solo anni dopo.

 

Francesco Gavatorta
L'Autore
Francesco Gavatorta. Autore con Andrea Bettini di #PersonalStorytelling. Costruire narrazioni di Sé efficaci. Strategic Planner, Trainer, Storyteller Expert. Lavora per La Stampa web e Testawebedv (ora Bitmama) prima di entrare alla Scuola Holden di Torino, dove consegue un Master in Tecniche della Narrazione e dove rimane a lavorare come Responsabile dell’Area Web e del Social Media Marketing per cinque anni. Strategic Planner per DGTMedia dal 2013 al 2016, oggi è Head of Strategy in Instant Love. Ha collaborato anche con diverse agenzie fra cui Cesim/A Singularity Team e KeyOne. Editor della sezione Social Media di Ninja Marketing. Twitter: @fRa_gAv