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La prospettiva aziendale sui maker

Un cambio radicale del punto di vista sui maker

Il rischio quando si parla di nuove professioni digitali, come quella del maker, è di perdersi in un’interminabile discussione all’interno del settore sulla definizione del ruolo.

Molto autoreferenziale e profondamente lontano dal punto di vista delle impreseNegli ultimi mesi ho provato a trascurare le pur avvincenti discussioni su cosa sia oggi il maker, a spogliarlo di tutta una serie di connotazioni di cui si è arricchito grazie a spazi, eventi, libri sul tema. Ricondotto il maker alla sua essenza, mi sono finalmente potuto confrontare con il mondo aziendale.

Mi è servito questo dialogo per ampliare la visione. In particolare volevo assumere la prospettiva delle aziende.

Innanzitutto gli imprenditori

Partire dagli imprenditori e dalla loro valutazione del mondo maker è a mio avviso essenziale. Per vari motivi. L’impresa è fatta di tecniche, metodi, clienti e fornitori, supply chain e marketing, ma nel nostro contesto produttivo spesso l’azienda è spinta più dalla volontà di una persona che dalle competenze di tante altre. Davide Dattoli è un caso eccezionale in questo senso. Si è inventato Talent Garden e l’ha fatta crescere rapidamente. La caratteristica che mi colpisce in Davide è la curiosità. Il non dare per scontato niente. Rimettere in discussione le proprie idee rimuovendo in continuazione eventuali pregiudizi derivati dall’esperienza pregressa. E per farlo serve essere disposti al confronto con mondi non omogenei al proprio. Come quando un manipolo di maker guidati da Massimo Temporelli si inserisce negli spazi di coworking orientati al digitale di Talent Garden Milano Calabiana.

Ricorda in questo Daniele Lago e Riccardo Self, altri due imprenditori che fanno della curiosità e del continuo test, del prendersi dei rischi e del cambiare il modello una caratteristica che proviene da un atteggiamento innovatore.

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Imprese con il coraggio di cambiare

Tecnicamente vuol dire essere predisposti ai Pivot, cioè a una modifica del paradigma di business, a cambiare le coordinate attorno a cui l’azienda si pone sul mercato. Non è banale perché le resistenze, specialmente dell’organizzazione interna all’azienda stessa, sono altissime. Anzi è più la propria squadra che spesso si pone in una condizione di immobilismo confondendo abitudini sedimentate nel tempo con regole assolute. C’è una burocrazia che insidia ogni organizzazione, fatta di abitudine, ruoli, schemi mentali.

La mia idea è che i maker siano adatti solo a contesti desiderosi di “rompere” con la continuità del business tradizionale. E che siano le figure più adatte a questo ruolo di rottura. Le parole degli imprenditori confermano la mia visione, anche e soprattutto facendo emergere limiti e inadeguatezze dei maker di oggi.

 

Stefano Schiavo
L'Autore
Stefano Schiavo. Autore di #Maker. Cosa cercano le aziende dagli artigiani digitali. Ha maturato nel tempo una forte esperienza come manager di importanti aziende nell’ambito manifatturiero e design ed è oggi protagonista di progetti che spaziano dal mondo maker a quello dell’innovazione nei business model di aziende e startup. Twitter: @stefanoschiavo