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Personal Storytelling: cos’altro serve per raccontare bene se stessi?

– La prefazione di Joseph Sassoon a Personal storytelling. Costruire narrazioni di Sé efficaci, seconda uscita della collana Professioni digitali –

Per come se ne parla oggi, lo storytelling può sembrare un lavoro da specialisti. E il narrare storie un’attività che non ci riguarda (se non come fruitori). Ma, a pensarci bene, ognuno ha la sua storia; e in molti casi (assai più spesso di quanto si pensi) la storia merita di essere raccontata. Il merito principale di questo libro è di spingervi a farlo – e di dirvi come.

Non necessariamente la storia deve riguardare voi, anche se questa possibilità è del tutto aperta. E nemmeno deve essere una storia soltanto. L’essenziale, ci dicono Andrea Bettini e Francesco Gavatorta, è rendersi conto che oggi, nel mutato panorama tecnologico, ognuno di noi può diventare con relativa facilità uno storyteller, raggiungendo con la propria storia – o le proprie storie – una cerchia di persone oltremodo ampia.

Le storie di cui siamo portatori sono quelle che abbiamo vissuto e nutrono la nostra vita: le mille avventure che abbiamo incontrato nel nostro viaggio o che raccogliamo nelle nostre esperienze quotidiane. Spesso tuttavia non ci concediamo l’occasione per riflettere su ciò che abbiamo attraversato e raggiunto. Né per fermare, stendere le nostre storie registrandole da qualche parte. Farlo, tuttavia, può avere implicazioni sorprendenti.

A volte una meta-storia ricomprende tutte le nostre vicende e dà significato alla nostra esistenza. Altre volte il nostro ruolo è più da spettatori e le storie che conosciamo riguardano piuttosto altri. In entrambi i casi, come spiegano molto bene gli Autori di questo libro, resta fondamentale la nostra prospettiva, quella attraverso cui guardiamo le storie nostre e altrui dipanarsi e incidere sulla realtà quale la conosciamo.

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Personal Storytelling include diverse storie emblematiche, nelle quali (come nell’aforisma proposto da alcuni maestri di narrativa) più che essere le persone a dare forma alle storie, sono le storie a dare forma alle persone. Individui normali dei nostri giorni, di varie provenienze, si sono trovati per motivi differenti a raccontare sistematicamente di sé, della loro realtà, dei loro sogni, delle loro visioni. E in vari casi ciò ha avuto la conseguenza di cambiare (in meglio) la loro vita.

È il potere del personal storytelling. Raccontare storie può essere non tanto un’attività d’evasione quanto un modo per plasmare la propria realtà. Nella sua forma estrema, l’idea è enucleata in un proverbio degli Hopi, tribù indiana dell’Arizona: “Quelli che raccontano storie, dominano il mondo”. (La poca distanza tra Arizona e Hollywood fa pensare che questa idea abbia trovato buoni ascoltatori). Ma anche senza pensare così in grande, non vi è dubbio che l’atto di raccontare, e di raccontarsi, possa dare luogo a sviluppi decisivi. Se questo forse è stato sempre vero, ai nostri tempi lo è ancora di più. E per una ragione precisa: come ormai tutti sappiamo, le nuove tecnologie di comunicazione estendono la nostra voce in modo straordinario. Ciò consente alle nostre storie di arrivare a una quantità di persone prima inimmaginabile – o raggiungibile solo da pochi eletti. Personal storytelling, infatti, dedica alle nuove circostanze create dai social media un’attenzione continua.

Diversi dei casi individuali dei quali il libro parla hanno ottenuto successo proprio attraverso i social – Facebook, Instagram, Twitter, LinkedIn, nonché ovviamente i blog. In termini sia di ampiezza dell’audience sia di forma (testo, immagini, video ecc.) i social media offrono possibilità di raccontarsi totalmente inedite. Al tempo stesso, l’arte per emergere e farsi notare – e poi seguire – non è per nulla scontata. E i nuovi canali vanno usati con modalità e per scopi differenti. Il testo è di notevole aiuto a chi voglia capire quali sono le regole principali per farne l’uso più valido possibile. Naturalmente esistono molti modi per fare storytelling di se stessi. Bettini e Gavatorta ne illustrano molteplici, da quelli aventi per fine il trovare un lavoro, a quelli per migliorare la propria condizione lavorativa, a quelli aventi scopi primariamente comunicativi ed espressivi. Le motivazioni per raccontarsi possono essere numerose, e tutte vanno rispettate. L’importante è che il racconto sfugga il banale e rifletta una sostanziale autenticità – requisiti assolutamente indispensabili per avere delle chances di ascolto online.

Citando Walter Benjamin, gli Autori individuano un nesso particolarmente rilevante fra storytelling personale ed esperienza. In altri termini, le persone possono interessarsi alle nostre storie se percepiscono che queste nascono da esperienze autentiche, realmente vissute, nelle quali riescono a immedesimarsi.

Da questo punto di vista va notato che, anche qui, restano valide le regole generali dello storytelling. Il racconto delle esperienze è sempre più coinvolgente se queste includono le fasi problematiche, le sfide, con cui la gente si identifica maggiormente perché assomigliano alle proprie. Nel caso delle storie personali, la gente vuole capire soprattutto come ha fatto il narratore a cavarsela nelle situazioni difficili in cui si è trovato. (Viene in mente la nota frase di Tolstoj ricordata da Murakami: “La felicità è sempre uguale, ma l’infelicità può avere infinite variazioni, come ha detto anche Tolstoj. La felicità è una allegoria, l’infelicità una storia”.) Nelle storie riportate in questo libro, non casualmente, le sfide abbondano. E da ogni storia, da ogni difficoltà superata, si può imparare qualcosa.

Ma le esperienze di rado si fanno in un vuoto, al di fuori di un contesto sociale. Giustamente quindi Bettini e Gavatorta toccano il tema del rapporto tra storie individuali e racconto collettivo. Nella prospettiva adottata dal testo, il personal storytelling può riguardare, da un lato, le aziende, che sono fatte di persone; dall’altro, gli enti e le associazioni, che sono al servizio delle persone. Alcuni degli esempi riportati segnalano come il confine tra storie individuali e di gruppo non sia sempre netto – spesso le storie di singoli possono aprirsi ai contributi di altri, e le storie di realtà collettive possono trarre vantaggio dall’includere gli sguardi narrativi dei singoli.
Ciò avviene tanto più se un narratore è parte di una community. Ancora, questo confine sfumato è in buona parte un effetto dei social, che lasciano grande spazio ai commenti, ai feedback, agli scambi di opinioni. In tal modo una storia individuale non solo viene portata all’attenzione di molti, ma può facilmente allargarsi fino a includere chi si appassiona di più al tema all’interno della storia stessa.

Nella sua parte finale, a beneficio dei lettori, il volume suggerisce alcune regole importanti per dare vita a buone forme di personal storytelling. Ma non eccede nella didattica. Facendo tesoro di uno dei principi della disciplina – quello di lasciare ogni storia personale incompiuta, per favorire la curiosità e l’intervento attivo del lettore – anche il libro chiude le sue pagine invitando ad allungare l’elenco dei suggerimenti. Le forme dello storytelling personale sono talmente svariate da consigliare di lasciare ampio spazio alle idee di tutti. Cos’altro serve per raccontare bene se stessi? Ditelo voi. Bettini e Gavatorta ve ne saranno grati. #PersonalStorytelling

 

Joseph Sassoon
L'Autore
Joseph Sassoon. Contributor di #PersonalStorytelling. Costruire narrazioni di Sé efficaci. Ricercatore e Consulente, è Partner di Alphabet Research e Senior Advisor di OpenKnowledge. Twitter: @jsassoon