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Perbenismo visivo: una nuova sfida all’immagine – Seconda parte


 
Come ho provato a dimostrarvi nella prima parte di questo articolo, far vedere un mondo mitigato da quanto ritenuto di gusto comune porta, da un lato, a un’educazione conformista delle raffigurazioni, dall’altro blocca la migrazione delle immagini, la loro stessa essenza. La regola delle app, la nuova ideologia per cui a ogni domanda si debba replicare con un’unica risposta, si sta insinuando anche nella storica funzione delle immagini, quella di divulgare informazioni plurime.

Anticipo subito una tua possibile osservazione: ma anche una raffigurazione “per bene” comunica qualcosa. Certo che lo fa, ma solo la prima, quella che ha dato il via a un nuovo modo di raffigurarsi e rappresentare il mondo. Mentre tutte le migliaia e migliaia di raffigurazioni successive rischiano di raccontare solo il nulla, ripetono l’ovvio e piacciono agli analfabeti visivi, perché già viste, decodificate, perché non chiedono null’altro che raffigurare un sogno di facile lettura.

Insomma, per essere più chiaro, chi crea una nuova forma di raffigurazione è colui che ha successo, tutti gli altri sono imitatori, dei ripetitori di una formula ormai lisa e, per dirla con termini contemporanei, “per bene”, perché mostra come vorremmo essere e non come siamo, trasformando un’idea di immagine nel suo perbenismo visivo.

Eppure non siamo tutti belli ed etici

Entrano a questo punto in gioco le immagini parassita, ovvero quelle raffigurazioni talmente dentro di noi, piacevoli e di gusto, che non ci accorgiamo di possedere. Quelle immagini che bypassano il nostro senso critico e che riproponiamo credendo di essere creativi. Per tornare all’esempio del selfie di fronte al Colosseo, chi lo farà dopo di me, avendo solo cambiato in parte l’inquadratura o il filtro di Instagram, sarà convinto di creare qualcosa di nuovo, anche se in realtà propagherà la loro forma parassita e il perbenismo che contiene.

Allora attraverso un’immagine parassita non diventa virale la raffigurazione in sé, ma l’idea conformista che cela al suo interno, in quanto è la stessa che si ripete nelle infinite riproposizioni a opera di altrettanti utenti. Ed è in tale reiterazione della stessa immagine che essa ci parassitizza, in quanto ritenendola bella, d’effetto e di successo, non consente più a chi guarda di scorgere un’altra possibile estensione di uno stesso concetto. Anzi, se la medesima idea viene riproposta attraverso altre figurazioni rischia di non essere notata o addirittura bannata. Un esempio: sono figo e felice di fronte al Colosseo, ma è osceno un modello nudo ritratto da Robert Mapplethorpe. Eppure è sempre un uomo che si mostra alla fotocamera.

In conclusione, la Rete ci ha resi liberi di raggiungere ogni luogo, ma al contempo è la stessa che erige muri e barriere per far diventare le immagini sempre più “per bene” e conformiste. Nel senso che, se sono conformi al recinto in cui le ha chiuse il web passano, mentre se hanno un altro sentore o fanno pensare, rischiano di essere escluse. Insomma se il mondo è mediato in modo diverso, il mondo stesso è diverso; e crediamo che tutto ciò sia vero, autentico, compresa la nuova morale delle immagini imbrigliate in una continua ripetizione di loro stesse.

A mio avviso però non siamo tutti felici e al top in ogni momento, anzi esistono pure raffigurazioni del mondo e di noi che possono non essere tali. Ed è attraverso queste ultime che le immagini sapranno fare breccia nel muro di un tanto ritrovato perbenismo in Rete, al solo scopo di mostrarci che non siamo sempre belli ed etici, ma molto spesso anche privi di gusto e scorretti. In fondo chi è votato alla migrazione, come le immagini, che sia per necessità espressiva o per desiderio di esplorazione, non si può fermare: sfonderà ogni barriera che gli venga imposta, sfatando anche questo nuovo ritrovato perbenismo.

Nota finale

Ho volutamente scelto di usare quale esempio l’immagine di un uomo in posa di fronte al Colosseo, anziché un’avvenente ragazza seduta a un tavolo imbandito con una colazione da Grand Hotel, oppure una coppia in giardino che gioca in piscina facendo la lingua. L’ho fatto per mostrare come il perbenismo non sia solo quello che deriva dagli immaginari dei film hollywoodiani, ma anche il nuovo modo di esibire il nostro corpo e noi stessi. Poiché per la Rete l’importante è che le immagini diano una sola risposta, o informazione, a chi sta guardando. Ora dovrebbe essere chiaro che, in definitiva, non cambia nulla e tutte le raffigurazioni citate sono così “per bene” da essere ormai entrate nel senso comune del pudore, tanto da non accorgerci più di quanto siano parassita. E per un influencer funzionano, perché ripetono quanto è diventato consuetudine, l’origine di ogni perbenismo.

Paolo Schianchi
L'Autore
Paolo Schianchi. Autore di #VisualJournalist. L'immagine è la notizia. Riconosciuto fra i principali teorici del Visual Marketing e Visual Design, è Professore di Visual communication e interaction design e Creatività e problem solving presso l'Università IUSVE - Verona e Venezia. Dopo aver diretto alcune testate di architettura e design, ora dirige i contenuti editoriali del portale internazionale Floornature.com. Segue come gallery manager SpazioFMG per l'architettura contemporanea di Milano.