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Perbenismo visivo: una nuova sfida all’immagine – Prima parte


 
Le immagini sono migranti, superano i confini, i muri, le recinzioni e ogni tipo di barriera. Tale caratteristica, se da un lato è l’origine di ogni creatività, dall’altro è quanto talvolta crea disturbo in chi cerca di governare la loro forza espressiva nella comunicazione web. Lo scopo di questi ultimi? Costruire nuovi confini in cui segregarle, al fine di poterle controllare.

Potrebbe apparire come una contraddizione affermare che la rete, lo spazio virtuale in cui trovare libertà e in grado di raggiungere tutti e in ogni luogo, sia anche lo stesso che ha dato origine al ritorno di un perbenismo visivo di nuova generazione. Eppure sta accadendo tutto ciò, quale conseguenza dell’uso e abuso che viene fatto delle immagini in Internet.

Per andare al nocciolo della questione salto i molti esempi di comunicazione visiva che oggi la rete, i suoi utenti e i social network bloccherebbero. Ne cito uno per tutti: la recente censura dei nudi di Peter Paul Rubens da parte dell’algoritmo di Facebook. Preferisco, invece, inoltrarmi in cos’è accaduto al nostro modo di valutare le immagini, nonché il fatto che queste oggi, se non sono “per bene” o parassita,  vengano immediatamente escluse o bannate. A ben vedere non hanno nulla di disdicevole, semplicemente non piacciono a chi naviga in rete, quindi ritenute inefficaci, anche se di rottura, innovative e di grande spessore culturale.

Deve essere chiaro però che a bloccarle non è una questione morale o etica, ma un’ideologia che si sta propagando nell’epoca dell’informazione web. In rete, infatti, a ogni domanda deve necessariamente corrispondere una risposta certa, assecondando la dottrina delle app, e di conseguenza anche le immagini devono adeguarsi a tale regola. Tutto questo dimenticandosi che per loro natura queste sono migranti, quindi non possono essere bloccate in risposte certe e univoche. Al limite, fingono di adattarsi, ma poi riappariranno in qualche altro luogo o anno per mostrare altri aspetti comunicativi. Ovvero la loro autentica forza espressiva.

A questo punto, posso quindi dirti che la rete sta modificando il nostro giudizio in campo visivo, sfilacciando il confine fra ciò che è bello rispetto a quanto ritenuto di gusto, trascinandoci così in un perbenismo visivo che non ha precedenti. La sua origine non è facile da rintracciare: forse è dovuta ai media che utilizziamo, forse è colpa del marketing che continua a proporre le quattro mosse per fare centro con una raffigurazione, forse perché non esiste più una distanza fra nuove e vecchie generazioni, forse perché si desidera piacere a tutti costi, forse perché si elaborano più risposte che domande, tant’è che oggi il perbenismo visivo sta infiltrandosi anche in chi vuole scovare codici visivi di tipo creativo.

Per capire meglio quanto sta accadendo, facciamo un passo indietro e andiamo a vedere cos’è successo nel mondo delle immagini, dopo l’avvento di Internet. Verifichiamo quanto queste siano diventate, nella cultura di massa, prevedibili, riproposte, riciclate, perché apparentemente funzionano e vendono. Ovvero analizziamo il recinto che sta cercando di bloccare la loro migrazione.

Il perbenismo visivo indicizza l’ovvio

Con la proliferazione dei mezzi di produzione delle immagini comunichiamo attraverso di esse e lo facciamo con naturalezza, ma senza conoscerne appieno le regole grammaticali. Infatti le utilizziamo come se fossero frasi pronunciate oralmente, così una volta arrivate al destinatario non vi è più la necessità di guardarle.

Facciamo un esempio per capire meglio. Se mi scatto un selfie al solo scopo di mostrare me stesso, e lo faccio di fronte al Colosseo, cosa sto raccontando di me? Solo la mia presenza e la mia prestanza fisica esibite in quel luogo. Di conseguenza chi vedrà quella stessa immagine, dopo una breve occhiata, se ne dovrebbe dimenticare. Un tale percorso percettivo dovrebbe accadere poiché non ho inserito null’altro che il mio corpo di fianco a un noto monumento romano. È come se avessi inviato un WhatsApp vocale per dire: “Ciao sono fiero di essere di fianco al mio monumento italiano preferito!”. Una volta ascoltato, non avendo altro in sé che un’informazione lapalissiana, dovrebbe in breve essere dimenticato. Eppure, se sono un bravo social media manager, quel selfie raggiunge un elevato numero di interazioni.

Allora cosa è accaduto? Che nel web funziona e altri utenti riproporranno quella stessa raffigurazione in infiniti suoi cloni. La loro speranza? Raggiungere un uguale numero di like. In fondo è più facile indicizzare l’ordinario e il già detto che lo straordinario.

In questo modo si crea un circolo vizioso, diciamo “per bene”, che non blocca e nemmeno censura la mia raffigurazione, perché per tutti sarò bello, felice, spensierato e, perché no, di successo. Ovvero ci saranno molti altri che si scatteranno altrettanti selfie sorridenti, di fronte al Colosseo, con i pantaloni calati per mostrare il loro inguine e i loro addominali. E anche in quel caso nessuno censurerà le immagini, perché ritenute belle e di gusto, anzi di rottura. Ma attenzione, si tratta solo di uno strappo interno al perbenismo visivo di cui fanno parte, quello che ci vuole sempre al top, al di là che la raffigurazione sia ricca o meno di contenuti. Anzi più si adatta alle aspettative, più avrà successo e sarà “per bene”.

 

Paolo Schianchi
L'Autore
Paolo Schianchi. Autore di #VisualJournalist. L'immagine è la notizia. Riconosciuto fra i principali teorici del Visual Marketing e Visual Design, è Professore di Visual communication e interaction design e Creatività e problem solving presso l'Università IUSVE - Verona e Venezia. Dopo aver diretto alcune testate di architettura e design, ora dirige i contenuti editoriali del portale internazionale Floornature.com. Segue come gallery manager SpazioFMG per l'architettura contemporanea di Milano.