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La lezione della Design Week per gli innovatori digitali


Un anno in una settimana.

Il Salone Internazionale del Mobile concentra nei pochi giorni della Milano Design Week il lavoro di migliaia di creativi e professionisti, che per un anno hanno cercato di innovare in un settore maturo e competitivo come quello del Design.

Ogni volta la sfida sembra più difficile, eppure rimaniamo tutti colpiti, visitando gli stand fieristici o perdendoci tra le tante iniziative del Fuorisalone, nei diversi Design District che caratterizzano la settimana milanese. Le proposte originali e sorprendenti che incontriamo ci parlano di un mondo del Design capace di affrontare con successo difficili processi di innovazione.

Esistono anche dei limiti e dei vincoli nel modo di affrontare questo appuntamento da parte di molte aziende che non hanno ancora trovato un passo più agile e snello. Concentrare tutto lo sforzo creativo in pochi giorni va contro l’idea di continuous deployment che le startup digitali ci hanno insegnato. Il rischio è quello di affrettare soluzioni non ancora mature o ritardare il lancio di idee che potevano avere un successo di mercato qualche tempo prima. Lascio queste considerazioni ad altri momenti e porto l’attenzione sugli aspetti che, come dicevo all’inizio, ci fanno ammirare il mondo del Design.


Mischiare le carte

Sono aspetti che dovrebbero insegnare molto ai Maker, ossia ai protagonisti del libro con cui ho affrontato una delle professioni digitali più difficili da definireGli appassionati di digital manufacturing che sono protagonisti delle Maker Faire e che si muovono nell’ambito sperimentale di tanti Fab Lab possono trarre alcune lezioni dal modo in cui designer e architetti hanno costruito un mercato ricco e innovativo che si incontra ogni anno alla Design Week.

Prima di proporre tre aspetti utili per i maker, serve analizzare alcuni aspetti dell’evoluzione del settore arredo. Un’evoluzione prima ancora culturale che produttiva. I prodotti che vediamo a Milano nascono da un lavoro che incrocia il pensare di architetti, designer e imprenditori e il fare di operai, prototipisti, tecnici. Ma la separazione tra le due aree, quella creativa e quella produttiva, è decisamente ridotta rispetto a quanto potremmo pensare.

Qualche anno fa, Richard Sennett ci ha dato una lettura nuova di questa dinamica in cui la cesura tra fare e pensare era risolta nella consapevolezza che un aspetto determina l’altro e viceversa in un rapporto simbiotico.

Non esiste prodotto di successo che non sia pensiero e, nelle parole di Daniele Lago, “senso”, e non esiste un pensiero sul design che non parta dalle potenzialità della materia e della trasformazione fisica.

 

Ripensare il proprio ruolo

Nel mio libro #Maker ho esplorato il confine che porta il mondo manifatturiero a contatto con le nuove tecnologie digitali. Ho posto l’attenzione sul rischio di far prevalere la tecnologia sull’idea di business e ho suggerito a chi si stava creando una professione come maker di non limitarsi a una funzione di appassionato di digitale applicato alla produzione. Il rischio di questa definizione ristretta era di divenire un fenomeno di moda legato all’hype di stampanti 3d e droni.

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Industria 4.0 ha fagocitato l’attenzione sul tema tecnologia e le fabbriche sono tornate al centro dell’attenzione governativa. I finanziamenti si sono estesi dagli investimenti in macchinari a quelli in formazione, aspetto centrale nella crescita del settore digitale e manifatturiero nel nostro Paese. Le competenze descritte nel libro richiedevano un approccio culturale che affiancasse quello tecnico e produttivo. L’eccessiva attenzione sulla nuova proposta tecnologica lascia i maker in un processo di mancato apprendimento. Manca quella che gli esperti di Agile chiamerebbero Retrospettiva. Un momento di analisi su quanto ha funzionato e quanto non è andato per il verso giusto.

Tre sono allora gli aspetti secondo me centrali per i maker che vogliano trarre qualche insegnamento dal mondo del Design.

1. Design a better business

Uno è legato alla progettualità. Estendo qui il concetto andando oltre il product design e riaffermando – come si legge nel bel libro Design a better business – che la progettazione del prodotto è uno step successivo allo sviluppo di un mercato. La costruzione degli elementi a fondamento del business è propedeutica a ogni sforzo progettuale. Ma con un’attenzione. Quando si parla di business e mercato non si parla di sales e marketing (che sono aspetti che vengono dopo). Quello cui mi riferisco è la capacità di esplorare e connettere segmenti di clienti non ancora conosciuti. È un lavoro da Design Thinker e non da esperti di marketing. Che arriveranno dopo e serviranno parecchio. Chi sa incrociare bene i due aspetti

A Milano sarà interessante vedere l’evoluzione della zona tradizionalmente a più alta densità di progetti innovativi, vale a dire Lambrate. Quel che si annuncia è la fine di un’era. Lo spostamento delle iniziative di Ventura Projects in altre aree, in particolare al FuturDome in zona Loreto si presenta come un “ritorno alle origini” dove qualità e quantità ricominciano a fare a pugni. Non tutto è finito però a Lambrate, dove invece molte nuove iniziative si stanno proponendo, memori del record di 120.000 visitatori dell’anno scorso. C’è ancora Ventura Centrale, in cui tra l’altro si presenta l’iniziativa di Fabrica, centro di innovazione del Gruppo Benetton. Proprio sotto i binari della stazione verrà presentata la mostra Paradigma.

2. Costruire il dialogo

Il secondo aspetto quindi, connesso al primo, è quello di un mindset nuovo, teso all’empatia e alla scoperta. Tendiamo a costruire relazioni professionali orientate a ricercare convergenza in soluzioni di compromesso che non dispiacciano a nessuno. Questo trascina tutti gli interlocutori ad arroccarsi su posizioni estreme sperando di ottenere un risultato più vicino possibile alla propria richiesta.

Essere in un atteggiamento di apertura, un atteggiamento da designer, richiede di riporre questo stile da negoziazione e assumere caratteristiche di vera curiosità per il diverso da non assimilare in toto. Che significa non mirare a chiudere su una soluzione accettata da tutti, ma aprire continuamente in forma divergente ed esplorativa. Allungando i tempi del dialogo, ma esplorando terreni inaspettati. Anche in questo caso la cultura del Design è fondamentale per chi pensa a tecnologie innovative che rischiano di rimanere strumenti sterili solo orientati all’efficienza.

Nel contesto del Fuorisalone sarà interessante scoprire come uno spazio naturalmente esplorativo e design-driven, Base Milano in Zona Tortona, si svilupperà in quest’anno che si annuncia come quello della conquistata maturità. A pochi passi poi i grandi brand del Design schierano le proprie iniziative. Vale sempre la pena vedere le evoluzioni dei progetti di Archiproducts. Tra gli altri chi mostra un interesse particolare sull’apertura e la scoperta è inevitabilmente Velux, in cui l’asse progettuale ha spostato il focus da un’azienda votata all’edilizia a una capace di costruire soluzioni di arredo grazie alla progettazione della luce naturale. Immancabile è poi una visita a Moooi.

Raimond lamps from moooi – smow blog – Source: flickr.com/photos/smowblog/3488162303/in/photostream/


3. Progettare le relazioni

Il terzo aspetto è quindi quello delle competenze più corrette per chi affronta questo tipo di approccio. Quelle più significative sono di natura relazionale. Do per scontato che il maker sia in grado di approfondire il proprio know-how tecnico. È nella sua area di comfort. Il problema è alzare la testa dal tavolo di lavoro e cercare lo sguardo di altre persone attorno a lui. Lo sviluppo del know-who è un fattore chiave nella crescita. Ma con un alert.

Non si devono creare cerchie chiuse di appassionati con gli stessi interessi. Il vero obiettivo è ancora una volta superare quella frontiera con professionisti complementari e convertire la frontiera stessa in confine. Un confine meno chiaro e definito. Un confine che assomigli al bordo del mare in cui le onde definiscono continuamente nuovi pattern. Per un maker, che spesso appartiene a quella categoria di figure professionali che Ernesto Sirolli chiamerebbe Prodotto, serve mettersi in connessione con figure dedite alla connessione e al Mercato e con altre capaci di portare le componenti di Finanza che trasformino la passione tecnologica in un’opzione di mercato.

Parlando di relazioni e Design Week, oltre a perdersi tra gli innumerevoli stand del Salone, sarà nel centro di Milano che si potranno costruire i rapporti professionali più utili. Sorretti da un’informalità alla base di ogni scambio che miri a rompere le barriere, le iniziative di Brera Design District sembrano essere state progettate appositamente per questo. Paolo Casati e Cristian Confalonieri di Studiolabo sono gli ideatori del distretto che ogni anno mostra una capacità di creazione di contenuti straordinaria… Ci sono tra l’altro tre ambassador (Cristina Celestino, Elena Salmistraro, Daniele Lago) garanti di una progettualità innovativa centrata sullo scambio e la relazione.

Entrare in un Appartamento Lago oppure salire sullo storico tram trasformato da Cristina Celestino in un salotto su rotaie, con tanto di moquette e velluti Rubelli, saranno esperienze da non mancare. La Design Week è davvero lo spazio ideale per testarsi in una ricerca di figure complementari. A patto di non andare a cercare anime gemelle, ma di prendere qualche rischio attraversando quella barriera che delimita oggi il nostro spazio di lavoro.

 

Stefano Schiavo
L'Autore
Stefano Schiavo. Autore di #Maker. Cosa cercano le aziende dagli artigiani digitali. Ha maturato nel tempo una forte esperienza come manager di importanti aziende nell’ambito manifatturiero e design ed è oggi protagonista di progetti che spaziano dal mondo maker a quello dell’innovazione nei business model di aziende e startup. Twitter: @stefanoschiavo