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You don’t know, what you don’t know. Come leggere il Futuro del Lavoro nell’Era delle Intelligenze Artificiali?

Il libro di Anna Martini e Silvia Zanella per la collana Professioni Digitali, #SocialRecruiter. Strategie e Strumenti Digitali per i Professionisti HR, ha fatto da apripista al macro tema del futuro del lavoro, anche grazie ai pedigree e alle aziende di provenienza delle due Autrici. Anche qui in Redazione. Eravamo ai primi mesi di lancio della collana e l’opera di Anna e Silvia ha saputo trainare l’intero progetto editoriale nel verso giusto, e continua a farlo macinando letture, recensioni, coinvolgimenti in eventi nazionali. Segno che hanno toccato un nervo scoperto: appunto, quello dell’impatto della trasformazione digitale sulle persone nelle aziende. Conta poco se lo hanno declinato sul tema del recruiting e dell’attrazione dei talenti in un mondo “social”: il dado è (stato) tratto.

Quando si parla di digitale – tecnologia, in senso lato – e persone sul posto di lavoro, generalmente l’opinione pubblica si divide: chi vede all’orizzonte grandi e positivi cambiamenti, chi invece sente la testa girare forte.

La tecnologia, sul posto di lavoro, motiva e fa paura allo stesso tempo. Perché se stiamo capendo poco a poco che può anche servire a migliorare le attività quotidiane, aumentandone l’efficacia e l’efficienza, contemporaneamente non sappiamo dove ci porterà. Se ci porterà da qualche parte…

Sì, perché vediamo giorno dopo giorno i sistemi di collaborazione, le piattaforme digitali e le altre soluzioni tecnologiche che ci aiutano nell’interagire tra noi, con i colleghi, con le altre sedi aziendali, con gli uffici internazionali, con gli altri attori della catena del valore; ma sentiamo (e leggiamo) anche di bot che rubano il lavoro dei giornalisti, di Amazon che sostituisce la forza lavoro con i robot, di self-driving cars che si schiantano contro i civili, e così via. Uno scenario complesso, che stimola curiosità e paura.

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You don’t know, what you don’t know

Sento questa frase da un po’ di tempo. Almeno dal Social Business Forum 2015, quando Ivan Ortenzi (hai già letto il suo nuovo libro sulla professione dell’Innovation Manager?), parlando della differenza tra aziende che intraprendono percorsi di traformazione digitale e realtà attive sui mercati nel ruolo di digital disruptor, lo ha citato durante lo speech (che, se hai 20 minuti di tempo, puoi riguardare su Vimeo).

You don’t know, what you don’t know. Una frase usata tante volte, per tanti contesti. Ma con un significato generale univoco: non puoi conoscere ciò che (ancora) non sai. Dunque, nemmeno il futuro, di cui l’unica certezza che si ha è proprio questo suo ermetismo.

Come fare, allora?

Il futuro delle Professioni, secondo l’Osservatorio di Oxford

Quest’anno ho parlato tanto con gli Autori e le Autrici di Professioni Digitali e mi sono confrontato; ho scritto diversi contributi cartacei e digitali, che usciranno nel tempo; e ho letto molto. Ho letto bozze della collana in uscita, ma anche altre opere – soprattutto internazionali. Tra queste, mi è piaciuto molto il libro di Richard Susskind e Daniel Susskind (no, non mi sono sbagliato, sono padre e figlio) intitolato The future of the professions. How technology will transform the work of human experts e pubblicato nel 2015 da Oxford University Press.

Si tratta di un’opera corposa, scritta nell’arco di 5 anni dai due esperti britannici, che contiene (tra i tanti) un insegnamento che ho fisso in testa da quando l’ho letto la prima volta. Quello secondo cui per leggere correttamente un futuro così denso di tecnologia e innovazione digitale – o almeno, per non farsi sopraffare da questo – occorre in primis allontanare tre bias relativi al modo in cui ci approcciamo alla tecnologia, come persone e come lavoratori.

  1. Irrational rejectionism: situazione tipica di chi è scettico verso qualcosa, senza averla però provata in anticipo. I punti deboli di tale entità sono subito rilevati, senza fare altrettanto con le potenzialità e i suoi aspetti più virtuosi. Ti dicono qualcosa i servizi terribili e naif trasmessi durante il telegiornale, relativi ai danni fatti dai social network e del loro impatto sulle disgrazie giovanili? Ecco.
  2. Technological myopia: tendenza a sottostimare il potenziale futuro di una tecnologia valutandola solo ed esclusivamente rispetto alla sua attuale prestazione. Hai presente quel top manager che, ormai diversi anni fa, testando l’allora “goffo” pc sentenziò che nessuno lo avrebbe mai voluto in casa? Ecco.
  3. AI fallacy: deviazione generata dalla supposizione secondo la quale l’unico modo per sviluppare sistemi capaci di svolgere compiti in modo esperto consiste nel replicare il processo di pensiero e mentale umano. Hai presente quando vedi per strada le persone che cercano di parlare con i propri animali, in primis cani e gatti, stizzendosi se non ottengono feedback giudicati adeguati? Ecco.

Solo rimanendo lontani da questi bias è possibile “maneggiare” la tematica del future of work con curiosità, sincerità, obiettività.

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Conclusioni: humanity for humanity’s sake

Né io, né te: nessuno sa cosa succederà domani. Le macchine si fermeranno dove noi abbiamo programmato si fermino, oppure no?

Concludo citando ancora Richard Susskind e Daniel Susskind, che nelle pagine finali della propria opera hanno portato alcune conclusioni generali che mi sento di condividere:

“Possiamo immaginare un giorno dove le macchine […] scriveranno poesie splendide, comporranno simposi fantastici, dipingeranno panorami mozzafiato, canteranno divinamente e danzeranno con innata grazia. […] Oggi ci meravigliamo dei corridori più bravi, anche se le nostre stesse automobili sono più veloci. Nel futuro potremo fare gareggiare i nostri robot […] ma otterremo poco dall’accostamento tra atleti umani e androidi. Ma rimarremo sempre estasiati dall’abilità fisica delle persone ad alte prestazioni fisiche, senza l’aiuto delle macchine.  Allo stesso modo, nella letteratura e nelle arti, nella musica e nelle discipline dello spettacolo, continueremo ad avere grande rispetto e ammirazione per la creazione umana originale, neutrale a qualsiasi supporto digitale. Guarderemo, valuteremo e […] daremo valore [a queste prestazioni] proprio in quanto prodotto […] degli esseri umani.”

Non so a te, ma a me queste parole danno forza e il giusto livello di motivazione in vista del nuovo anno.

#ProfessioniDigitali

Alberto Maestri
L'Autore
Alberto Maestri Direttore della collana Professioni digitali. Laureato in Marketing e Strategia a Reggio Emilia e diplomato in Digital Marketing all'IDM di Londra, ha studiato e lavorato anche a Parigi. È stato uno dei 25 partecipanti worldwide al Weave The Future Project, organizzato dal Gruppo Marzotto, e ha fatto parte del team organizzativo del TEDx Reggio Emilia. Responsabile della sezione Tech di Ninja Marketing, lavora oggi come Senior Consultant in OpenKnowledge su progetti di customer engagement e innovazione. Docente per università e scuole di formazione innovativa, negli ultimi anni ha scritto centinaia di articoli cartacei (Harvard Business Review, L'Impresa, MarkUp) e online sul tema del social business e del digital marketing. Ha pubblicato come co-autore i manuali "Giochi da Prendere sul Serio" (FrancoAngeli, 2015), "Content Evolution" (FrancoAngeli, 2015), “Digital Content Marketing” (Anteprima Edizioni, ripubblicato nel 2015 da Il Sole 24 Ore) e un ebook, “Content Reloaded” (40k Unofficial, diffuso anche come contenuto digitale durante l’Internet Festival 2013). hello.albertomaestri[at]gmail.com - Twitter: @albertomaestri - I suoi articoli su questo blog