I disabili e la formazione tecnologica: dalla scuola alla peer education

Quali sono i principali contesti in cui una persona con disabilità dovrebbe imparare a utilizzare la tecnologia?

In primis, verrebbe da dire, la scuola. In effetti l’ambiente scolastico può essere il primo nel quale sperimentare l’uso di dispositivi tecnologici, ausili e software, mettendone subito in pratica i vantaggi legati all’apprendimento. A patto però che gli insegnanti abbiano conoscenze e competenze adeguate.

La riforma della “Buona Scuola” ha portato da 60 a 120 i crediti formativi universitari sulla didattica dell’inclusione e la pedagogia speciale, necessari per poter diventare insegnanti di sostegno nella scuola primaria e dell’infanzia. Contenuti formativi specifici su queste materie sono previsti anche nel nuovo percorso triennale FIT (Formazione Iniziale e Tirocinio), da superare per essere assunti in ruolo come insegnanti di sostegno nella scuola secondaria di I° e II° grado (chi è interessato trova qui http://www.orizzontescuola.it/riforma-come-si-diventera-docenti-di-sostegno-necessarie-300-ore-di-tirocinio/ maggiori dettagli).

Non resta quindi che sperare che le Università e gli altri enti erogatori di formazione abilitante dedichino ampi spazi nei loro piani di studi alle tecnologie, alle metodologie più adatte per favorire un approccio corretto al digitale e per realizzare quella “didattica inclusiva” nella quale non si fa più distinzione tra alunni disabili e il resto della classe.

A questo proposito, un punto della riforma che ha sollevato non poche perplessità (leggi ad esempio l’articolo su Vita.it) tra gli addetti ai lavori è la netta separazione dei percorsi formativi richiesti per diventare insegnanti curricolari e di sostegno: come abbiamo spiegato in DigitAbili, la didattica inclusiva basata sul digitale è un nuovo modo di fare lezione che coinvolge tutti gli studenti, non solo quelli con bisogni educativi speciali (BES). Dunque tutti gli insegnanti dovrebbero conoscere e adottare quest’approccio, non solo quelli di sostegno. La didattica dell’inclusione dovrebbe quindi diventare parte integrante della formazione iniziale di tutti i docenti.

In ogni caso la scuola non basta: ci si va per apprendere quanto previsto dai programmi didattici (magari utilizzando la tecnologia) e per stare con i compagni. Imparare ad usare pc e smartphone, comunicatori o software specifici come gli screen reader, comporta uno sforzo in più per gli studenti disabili che non sempre si concilia con l’attività scolastica.

E poi non tutti i disabili vanno a scuola: basti pensare a quelli che lo diventano in età adulta o agli anziani. La tecnologia, lo sappiamo, può servire molto anche a loro.

In Italia non mancano enti e associazioni che offrono corsi, laboratori, centri diurni, servizi di doposcuola e di assistenza domiciliare all’interno dei quali è prevista anche l’alfabetizzazione tecnologica. Il problema, come spesso accade, è che sono distribuiti sul territorio nazionale a macchia di leopardo. In più, non per tutte le tipologie di handicap c’è un’offerta adeguata. E così spesso a tappare i buchi sono le famiglie, genitori, figli o parenti intraprendenti che si rimboccano le maniche informandosi, imparando loro per primi ad utilizzare gli ausili tecnologici per poi insegnare e fare pratica con la persona che li utilizzerà.

Un metodo particolarmente efficace per acquisire competenze informatiche è la cosiddetta “istruzione alla pari” (o se preferite peer education), ovvero l’apprendimento, formale ma anche informale, da persone che hanno il proprio stesso handicap. Chi scrive ad esempio ha imparato ad utilizzare Windows nel lontano Duemila, a 15 anni, grazie a ore passate al telefono con un simpatico e paziente signore non vedente. Tutto a distanza e per di più gratis.


Fabio Lotti
, che con il suo “Progetto Yeah” (http://www.progettoyeah.it/) ha fatto di questo un’attività professionale, ci racconta che l’aspetto più importante della peer education è la forte empatia che si crea tra allievo e formatore: non ci si limita a passare dei concetti o insegnare dei comandi ma si parte da lontano, dal vissuto della persona e dal contesto familiare, lavorativo o scolastico. Si va in profondità, senza particolari sforzi. E all’interno di questa condivisione di esperienze, idee e ostacoli da oltrepassare, per chi ha già superato certe difficoltà trasmettere un uso consapevole della tecnologia a chi deve ancora affrontarle è un processo quasi naturale. Un uso della tecnologia consapevole appunto, proprio perché mirato a risolvere uno specifico problema o compiere un’azione digitale ben precisa, ma anche perché basato su quei “trucchetti” che chi insegna già conosce e che spesso nell’uso quotidiano dei dispositivi tecnologici fanno la differenza. Cose che probabilmente non sono scritte in nessun manuale e che nemmeno l’operatore più esperto conosce: la forza della peer education sta tutta qua.

Nessuna delle modalità formative che abbiamo descritto è però sufficiente da sola: per una formazione tecnologica completa ogni persona disabile dovrebbe poterle sperimentare tutte, e forse anche di più…

 

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