Visual journalism, quando l’immagine è la notizia


Quando si parla di visual journalism sembrano tutti più concentrati sull’effetto, catturare l’attenzione attraverso belle immagini o filmati accattivanti, che sul substrato culturale da cui deriva. Eppure è un cambiamento intellettuale che viviamo e di cui vanno comprese le fondamenta, al fine di utilizzare questo mezzo espressivo nel migliore dei modi possibile.

Si parta dalla domanda: perché oggi per avere successo le notizie devono essere divulgate attraverso immagini e filmati? La risposta non si trova semplicemente nella lotta dei social network, in cui il più forte, anzi il più piacevolmente visivo, vince, ma in come percepiamo e veniamo a conoscenza di un’informazione. Infatti, nella nostra cultura invasa dal web, quando ci si trova di fronte a un’immagine, è facile ridurre tutto a un mi piace o non mi piace, mentre invece va sempre ricordato che dietro a ogni click, o visione, vi è una persona che sta acquisendo informazioni.
Allora chi opera nel campo della comunicazione giornalistica, web o cartacea che sia, ha una responsabilità e deve apprendere come utilizzare eticamente le tecniche del visual journalism, poiché una bella fotografia, una piacevole infografica, uno slideshow o un filmato devono essere il frutto ragionato di conoscenza, etica e cultura della comunicazione.

 

Non a caso la stessa esperienza di chi lavora ormai da diversi anni con questa disciplina dimostra che non è sufficiente pubblicare una bella fotografia per fare notizia, bisogna saperla scegliere con consapevolezza o costruirla attraverso le corrette parole visive. Per essere chiari, una bella immagine inserita nel contesto culturale sbagliato rischia di avere meno successo comunicativo rispetto a una di minor gusto, ma divulgata nel contesto corretto. In tale semplice considerazione infatti si trovano le basi, ancora controverse e con una scarsa bibliografia, di una buona progettazione dell’immagine atta a divulgare contenuti.

Un esempio: i divi di Hollywood ultimamente attraggono più l’attenzione con scatti apparentemente rubati alla loro normale quotidianità, magari estrapolati da Instagram, rispetto a quelli dei grandi maestri della fotografia. Se poi vengono pubblicate in forma di slideshow, con un titolo attraente, possono veicolare anche la più banale delle informazioni. Però a ben vedere che differenza c’è, dal punto di vista della comunicazione, fra la fotografia di un attore sorpreso nella sua quotidianità e quella costruita a tavolino da un fotografo professionista? Quanto si apprende attraverso un’immagine rispetto alle parole che la raccontano?

Con il mio contributo a Giornalismo aumentato di Giorgio Triani ho voluto quindi indagare l’essenza del visual journalism e le sue fondamenta umanistiche, allo scopo di comprendere come l’immagine, anche quella di un attore hollywoodiano nella sua quotidianità, possa creare un’informazione ricca di concetti lessicali atti a trasferire conoscenza, superando così l’effimero effetto dell’immediata visione.

 

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