Scoprire la tecnologia? Per i disabili non è (solo) un gioco

Tutto facile, tutto intuitivo: basta un clic col mouse, un tap sullo smartphone e il gioco è fatto. La tecnologia non serve impararla, si usa e basta. Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Per i disabili non esattamente. Per loro la tecnologia non è (solo) un gioco: imparare a usarla richiede uno sforzo notevole. All’inizio non ne colgono i benefici, solo la fatica di procedere per tentativi alla ricerca della soluzione migliore ad un problema, accompagnata dalla difficoltà di dover apprendere comandi e concetti nuovi.

Nel libro #DigitAbili abbiamo descritto molti vantaggi che derivano dall’uso della tecnologia nella vita quotidiana e in contesti specifici come la scuola, il lavoro, il tempo libero, la gestione dell’abitazione o dei propri risparmi. Ma abbiamo anche insistito molto sull’importanza che, nella vasta gamma di soluzioni tecnologiche disponibili, ciascuno possa trovare quella che soddisfa meglio le proprie esigenze. Per farlo occorre operare scelte ponderate, che spesso richiedono il supporto di esperti capaci di valutare gli elementi da tenere in considerazione per prendere le giuste decisioni e non sprecare tempo, energie e risorse preziose. La scelta di un videoingranditore, di un comunicatore simbolico, di uno smartphone (meglio iOS o Android?) è un momento cruciale per la vita di una persona disabile: anche da questo, infatti, può dipendere il suo successo negli studi, la possibilità di trovare un lavoro e di realizzare i propri sogni.

Una volta individuata la soluzione tecnologica più adatta bisogna poi imparare a sfruttarne al meglio tutte le potenzialità: peccato che spesso siano nascoste o comunque non così facili da trovare. Difficile, tanto per fare un esempio, scoprire da soli che ruotando due dita in senso orario sullo schermo di un iPhone con VoiceOver attivo si possono regolare alcuni parametri importanti per la navigazione, la lingua o la velocità della sintesi vocale. Bisogna mettersi a studiare manuali e pagine di aiuto, cercare risposte e soluzioni nei post su Internet, fare domande nei forum specializzati. Oppure bisogna sperare di avere vicino qualcuno che ne sappia abbastanza, e allora sarà tutto più semplice.

Per un giovane o un adulto disabile è quindi fondamentale vivere circondato da persone che abbiano familiarità con la tecnologia, una familiarità che va oltre la conoscenza specifica di ausili e tecnologie assistive: riguarda più in generale l’uso del digitale. Se si ha dimestichezza con certi strumenti e linguaggi anche l’approccio con le tecnologie assistive sarà più semplice. Tanto più oggi che, come abbiamo visto nel libro, il concetto di “tecnologia assistiva” è sempre più vicino a quello di tecnologia tout court. La questione quindi è anche e soprattutto sociologica e culturale e su questo, specie in Italia, bisogna lavorare molto.

“Che rapporto avete con la tecnologia?”

In questi due anni dall’uscita del libro mi è capitato di presentarlo in diverse occasioni e ho spesso introdotto il mio discorso con questa domanda.

Ho rivolto questo interrogativo a un centinaio tra aspiranti insegnanti di sostegno, educatori e operatori socio-sanitari. Nella maggior parte dei casi (facciamo un 70%) le risposte sono state di questo tenore: “Pessimo!”, “Uso lo smartphone solo per guardare Facebook o messaggiare su WhatsApp”, “Uso pochissimo il pc, solo per scrivere o fare ricerche in Internet”. Qualcuno (una decina di persone) mi ha detto di non possedere uno smartphone e di non avere alcuna intenzione di acquistarne uno.

Dalla mia piccola indagine emerge uno spaccato che non stupisce se si considera che, secondo i dati AudiWeb aggiornati a luglio, solo il 60% degli italiani tra i 18 e i 54 anni si connette quotidianamente a Internet. Fortunatamente una sparuta minoranza di persone mi ha detto di fare anche acquisti online e di utilizzare servizi di home banking. Nessuna delle persone che ho interpellato nel mio piccolo sondaggio mi ha detto di gestire tramite il proprio smartphone oggetti connessi.

Le risposte che mi hanno colpito di più sono state quelle di 2-3 persone che mi hanno riferito di utilizzare pochissimo la tecnologia fino a quando non hanno avuto a che fare con bambini o ragazzi disabili: grazie a quest’esperienza, hanno iniziato a conoscerla e usarla di più. Bel colpo direi!