Giornalismo in rivoluzione, giornalismo aumentato

Da un po’ di anni, ma con intensità e convinzione via via crescenti e condivise, si parla di cambiamento dell’eco-sistema informativo. Non più pezzi, momenti, fasi di trasformazione e aggiustamenti, ma veri e propri smottamenti. Transizioni epocali.

La tecnologia è di norma il motore più potente di cambiamento, ma è stato prima il web e poi i social network, trasformatisi in social media, a decretare la fine di un modello di business e prima ancora la strutturale incapacità sistemica di rispondere alle nuove sfide innovando, sperimentando, ristrutturandosi. Le storie di questi anni hanno infatti avuto tutte come epilogo chiusure, licenziamenti, prepensionamenti, fallimenti. Pochissime sono state le novità di successo, mentre tantissimo si è parlato di necessità di rifondare il giornalismo, di puntare sulla qualità dell’informazione, di restituire appetibilità pubblicitaria ai media tradizionali e prima ancora credibilità ai giornalisti e alle fonti d’informazione.

Da qui l’urgenza di ridefinire il mercato delle notizie e la professione giornalistica. A partire dalla definizione stessa di “giornalista”, che al momento è per niente scontata. Senza malinconie o nostalgie, ma al contrario con spirito nuovo e piacere per un’avventura che s’annuncia affascinante.

Giornalismo aumentato. Attualità e scenari di una professione in rivoluzione vuole essere, appunto, il modo per dire che il mestiere va re-inventato, adeguato ai tempi e alle inedite, fantastiche possibilità di raccontare la quotidianità così come le grandi questioni del nostro tempo, offerte dalle tecnologie e dagli strumenti di quarta generazione. big data, droni, apps di realtà aumentata sono alcune delle meraviglie accessibili che stanno arrivando in redazione. Mentre la mobile society avanza molto velocemente e la generalizzata tendenza a fare tutto in movimento, anche leggere impone non semplici aggiustamenti ma un reset di sistema. Considerato pure che la comunicazione è, e sarà sempre più, caratterizzata da immagini, foto e soprattutto video. E per i giornalisti e i quotidiani della carta stampata sarà – anzi è già – un’altra storia.

Perché se non è vero che le “immagini parlano da sole” come si usa stolidamente affermare e ripetere, è altrettanto certo che lo spazio e il ruolo dell’informazione di carta, comunque scritta su qualsiasi superficie o devices, tenderà strutturalmente a ridursi. Però a crescere d’importanza. Soverchiata da una sovrabbondante massa di foto-video in movimento, a essa competerà infatti il fondamentale ruolo di regolatrice. Se saprà o vorrà ritrovare il senso pieno ma contemporaneo del logo. Della parola creatrice. Dello scripta manent. Della parola scritta. Che si pone come argine al flusso inarrestabile e impermanente delle immagini. Che ha dalla sua, ancor più in prospettiva, il fatto che sono gli smartphones, sorta di hub esistenziali, a indicare la strada e la direzione di marcia.

Se è dimostrato che i giovani d’oggi, Millennials e Generazione Z, “want to watch videos on their smartphones rather than read stories”, lo è altrettanto il fatto che la vera sfida informativa dei prossimi anni sarà quella profeticamente anticipata dal sociologo Thomas H. Eriksen all’inizio del millennio: “Difendersi dal 99,99% delle informazioni che ci vengono offerte e di cui non abbiamo bisogno (riuscendo) a sfruttare al massimo il restante 0,01%”.

 

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