Da “Il sex appeal dei corpi digitali”, l’intervista di Luca Poma a Enrico Galletti

L’intervista che segue è tratta dall’Appendice I di Il sex appeal dei corpi digitali. Seduzione, amori, tradimenti, malattie e immortalità dei nostri digital body. La sezione contiene anche i risultati di un sondaggio somministrato tramite due blog da Enrico Galletti, giovanissimo giornalista lombardo che da due anni pubblica costantemente per quotidiani e periodici a tiratura nazionale.

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Alcuni risultati del sondaggio condotto da Enrico Galletti


Enrico, che cosa pensi dei rapporti attuali tra media digitali – segnatamente social media – e nuove generazioni? In generale, che tipo di rapporto vedi che si sta creando intorno a te?

I social network hanno portato a un netto miglioramento della quantità e frequenza delle comunicazioni tra giovani, abbattendo le barriere della distanza. Basta sedersi a un tavolino di un bar e guardare quanti giovani, pur essendo in compagnia di amici/parenti, stanno costantemente “incollati” al touch screen dello smartphone.

Lo scambio di dati, d’informazioni, di foto o di semplici messaggi di testo ha semplificato parecchio i rapporti, pur costituendo una perdita sostanziale della “genuinità” della carta e dell’autenticità delle parole. I giovani di oggi, me compreso, vivono perennemente connessi alla loro vita virtuale. Non dico che vivano solo sul web, per fortuna non si è ancora arrivati a questo. Ma l’attenzione del teenager tipo si è spostata molto sul piano virtuale. Pensiamo a un “Like” alla foto profilo di Facebook. È incredibile notare quanto sia importante, per un giovane di oggi, ricevere consensi “telematici”, ancor più di apprezzamenti fatti dal vivo.

Per i non nativi digitali, i rapporti di un tempo erano qualitativamente decisamente migliori di quelli di oggi. Proviamo a immaginare un ragazzo di oggi inserito nella vita di quarant’anni fa. Impensabile: la tendenza a una vita sempre più social è andata intensificandosi.  Il timore, però, è che questo rapporto possa diventare così stretto  da rendere i media digitali il nostro habitat naturale.

Il nativo digitale “tipo” può fare a meno di Facebook?

Credo proprio di no, e i più recenti dati statistici parlano chiaro a proposito. Trovare un nativo digitale che non sia iscritto a Facebook è diventato decisamente raro. Questo non significa solo che ci sia stata una tendenza, negli ultimi anni, a farsi gli affari degli altri, che prima non esisteva. Il motivo è un altro, è semplice, e ha un nome: si chiama evoluzione. Il progresso tecnologico al quale  abbiamo assistito negli ultimi anni la dice lunga su questa progressiva “migrazione” verso la sfera digitale. Ricordo che quando creai il mio profilo social, Facebook era ancora una risorsa completamente legata al web, e quindi all’uso del computer fisso. Ci si accedeva la sera prima di andare a letto, o il pomeriggio dopo pranzo, con tutto ciò che comportava accendere un PC di qualche anno fa. Non si rimaneva sui social un minuto e trenta, per poi tornarci dopo un millesimo di secondo.

C’erano dei momenti ben precisi, quasi delle fasce orarie, all’interno delle quali ci si metteva a disposizione del mondo virtuale. Oggi, a distanza di una manciata d’anni, è tutto più immediato. Il nativo digitale tipo oggi è sempre connesso al mondo virtuale tramite smartphone. Non potrebbe per nessuna ragione rinunciare alla sua seconda realtà, che abita nel web. E quando l’attenzione al mondo dei social sembra spegnersi, ecco che arriva una nuova notifica, e tutto magicamente si risveglia. Se ci si pensa, e io ci penso spesso, ogni notifica che arriva sui nostri smartphone è paragonabile a un abbraccio o a una stretta di mano, alla quale nella vita reale si è sempre pronti. Il vero problema, però, è quando un “Mi piace” su Facebook viene considerato più importante di un abbraccio vero. E succede.

Pericoli alle porte?

Solo uscendo dalla porta di casa siamo esposti a rischi e pericoli, non vedo perché non dovrebbero esisterne sui social. Diffidate di chi vi dice che sui social media è tutto rose e fiori, ma diffidate anche di chi sostiene che iscriversi a Facebook significa mandare all’aria la nostra privacy. Di pericoli ce ne sono, e tanti. A cominciare dal cyberbullismo, che è un po’ l’altra faccia del web, e che può letteralmente rovinare una persona.
Se il mondo reale si “virtualizza” lentamente, allora anche i problemi della realtà diventeranno virtuali, e questo ragionamento, apparentemente contorto è già una realtà.

I più recenti fatti di cronaca testimoniano che alcuni social network portano i giovani a compiere gesti folli, esagerati, incomprensibili: derisioni, provocazioni, minacce all’intimità e alla riservatezza personale. Queste pressioni possono far desiderare di volerla far finita a tutti i costi, e molti adolescenti, per effetto dei cyberbulli, ne sono vittime innocenti. Questi sono i risultati dell’insensibilità di certi miei coetanei, incapaci di capire qual è il limite da non oltrepassare, perché “tanto è tutto virtuale”. L’eccesso strozza ogni forma d’intelligenza: è allarmante che qualcuno possa anche solo pensare di “divertirsi” in questo modo sulla pelle dei più deboli. Ci sono più rischi nella vita reale o in quella virtuale? Non ho risposte definitive, posso solo osservare ciò che accade attorno a me, ma è una domanda che dovrebbe far riflettere tutti noi, ogni volta che ci logghiamo.